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LA CASA

Al-Warsha

الورشة

La scuola ha in permanenza un'opera reale tra le mani, ed è su quest'opera che insegna.

La corporazione al lavoro

L'arabo marocchino designa con una sola parola, warsha, la bottega dove si plasma e il cantiere dove si edifica, come se la lingua avesse trattenuto ciò che l'organizzazione moderna del lavoro ha finito per separare: per un artigiano, questi due luoghi non ne fanno che uno.

Dar al-Hiraf non è dunque stato concepito sul modello della scuola, dove si seguirebbero corsi prima d'eseguire esercizi, ma su quello della casa che dispone in ogni momento di un'opera vera, e che forma i suoi ṣāniʿ conducendola.

La ripresa di una posa difettosa
La ripresa di una posa difettosa, sotto l'occhio di chi l'ha rilevata.

Dall'esercizio all'opera

Una tecnica s'acquista su un pezzo di prova; un mestiere non s'acquista così. Quest'ultimo presuppone un'opera che abbia un committente, una scadenza e una misura da rispettare, e le cui malfatture siano riprese a spese di chi le ha commesse — condizioni che l'esercizio scolastico, per costruzione, non riunisce mai.

È in ciò che la bottega differisce dalla scuola, ed è la ragione per cui questa lavora su edifici destinati a essere abitati, e non su modelli destinati a essere valutati.

Un sani nella bottega del suo maalem, in medina
Durante i lavori, il primo gruppo di allievi si forma nelle botteghe della medina.

La dimora e i suoi maestri

Il fondouk che ospita la casa è restaurato da maestri insediati, sotto direzione dei lavori e secondo le procedure che impone un edificio classificato; i ṣāniʿ non vi intervengono. La prudenza patrimoniale basterebbe a giustificarlo, ma una ragione più semplice s'aggiunge: i ṣāniʿ sono anche i residenti, e finché questa resta un cantiere, non esiste alcun luogo dove alloggiarli.

Questo periodo non è perduto per loro. Il primo gruppo di allievi si forma durante i lavori nele botteghe dei maestri, in medina, secondo l'uso che ha sempre regolato l'apprendistato in questa città, ciascuno dormendo presso i suoi; entra nella casa quando la casa è compiuta, e vi entra già a metà formata.

Una dimora del derb in corso di rialzo
Una dimora del derb rialzata dale botteghe della scuola.

L'oggetto del cantiere

Una volta aperta la casa, il cantiere della scuola s'apre a sua volta e non si chiude più. Progredisce nell'ordine in cui i ṣāniʿ diventano capaci di misurarvisi, e porta su tre insiemi che nulla obbliga a condurre simultaneamente.

Vengono prima le dipendenze della dimora, riserve, terrazze, comuni e biancheria, poi il giardino con le sue canalizzazioni, le sue vasche, i suoi pergolati e il suo muro di recinzione: opere abbastanza modeste perché un errore vi si ripari, e abbastanza reali perché conti.

Vengono poi certe parti di Al-Munya, la casa contigua, le cui campagne successive possono essere finanziate da chi desidera sostenere un'opera identificabile piuttosto che un bilancio generale; ogni campagna resta condotta dale botteghe della scuola sotto la direzione di un maestro, e si firma come tutte le altre.

Viene infine, e per lungo tempo, l'insieme delle dimore del derb che la casa rialza una a una per installarvi artigiani: quelli che ha formato, e quelli che, formati altrove, chiedono di affiliarsi a lei e accettano d'osservarne la regola. È la parte più lenta del programma, e la più considerevole, perché mira meno a restaurare muri che a ricondurre nel quartiere le famiglie di mestiere che l'hanno lasciato per la città nuova.

Il cerchio si chiude su quest'ultimo punto, poiché queste dimore rialzate sono precisamente quelle in cui s'insedieranno coloro che usciranno di qui con un mestiere, come descrive la pagina Dopo la residenza.

L'iscrizione amal in calce a un pannello di gesso
L'iscrizione ʿamal, il nome della mano e l'anno, in calce a un pannello compiuto.

La firma dell'opera

L'opera, nel Maghreb, si firma. Su un pannello di zellige, un soffitto di cedro o un timpano di gesso, la formula ʿamal (عمل), « opera di », precede un nome e una data; è a queste iscrizioni che si deve di sapere, sette secoli più tardi, quale mano ha tagliato che cosa nelle madrase merinidi di questa città.

La casa riprende quest'uso senza eccezione. Ogni opera compiuta porta, discretamente e fuori dal campo della composizione, il nome di colui le cui mani l'hanno eseguita nonché l'anno; quando un ṣāniʿ ha lavorato sotto la condotta di un maestro, i due nomi vi figurano, chi ha mostrato e chi ha fatto.

Non si tratta di un gesto di vanità. La firma impegna chi la porta, sicché se, trent'anni più tardi, un giunto viene a cedere, si saprà da quale atelier chiederne ragione. Le corporazioni tenevano a questa responsabilità differita, ed è per essa, non per l'onore, che l'artigiano ha sempre acconsentito a firmare.

Nel corso dei decenni, le pareti della casa costituiscono così un registro delle mani che l'hanno fatta: i sei maestri che l'hanno rialzata prima, i loro allievi poi, quindi gli allievi di questi ultimi. Questa genealogia non si conserva in alcun libro; si legge sul posto, alzando gli occhi.

Il conto di mestiere

Un'opera reale ha un valore, e appena il lavoro di un ṣāniʿ ne possiede uno — ossia a partire dal secondo grado della cintura, il ḥizām al-itqān — questo lavoro gli è pagato alla tariffa del mestiere, e non versato a titolo d'indennizzo.

Ciascuno dispone a tal fine di un conto di mestiere presso la casa, sul quale s'accumulano il salario delle ore di cantiere nonché una quota, fissata in anticipo, del valore prodotto quando una dimora rialzata è ceduta o messa a reddito, questa quota essendo ripartita in proporzione delle ore compiute e del grado raggiunto.

Il conto non costituisce in nulla una quota sociale e non conferisce alcuna voce nel governo della casa; registra ciò che è stato guadagnato, e nulla di più.

Ciò che si porta via

Al momento della partenza, ciascuno dispone del proprio saldo come intende: può percepirlo in denaro, o convertirlo al suo valore in prima quota della casa-atelier che acquisterà dalla casa, senza interesse, anno dopo anno — spesso una di quelle che la scuola stessa avrà rialzato nel derb.

Chi ha passato questi anni a rialzare le dimore del quartiere possiede così una quota di quella in cui s'insedierà, e l'ha pagata del proprio lavoro. A chi compie l'intero percorso e apre bottega in medina, la casa raddoppia il saldo acquisito.

Al momento d'insediarsi dispone di un altro appoggio oltre al conto: l'attrezzatura del primo atelier gli è anticipata senza interesse da As-Sanduq, la cassa della Futuwwa, alla quale rimane affiliato dopo la partenza per ciò che tocca la malattia, il matrimonio e la sepoltura.

Le tre regole del conto

Il conto non dà voce: né diritto di governo, né assemblea, né quota sociale, poiché questa casa non è costituita in società.

Il conto non si tocca mai per una colpa. Chi è congedato se ne va col proprio saldo, perché ciò che è stato guadagnato resta acquisito; un conto suscettibile d'essere confiscato diventerebbe un mezzo di pressione, e l'uomo che teme di perderlo cessa di dire la verità sulla propria condotta.

Il saldo torna agli eredi in caso di decesso, senza condizione di sorta.

In contropartita, la casa assicura durante tutti questi anni il tetto, la tavola, l'abito, l'attrezzatura e l'insegnamento, di cui non fattura nulla. Queste prestazioni non si contabilizzano; importa soltanto che siano dette.

I termini di questa pagina sono raccolti nel glossario della casa.